Cercando Godot

di Alessia Balan

L’ho perso una sera di ritorno da una lunga giornata di prove a Venezia. Ero riuscita a prendere l’ultimo treno, carica di zaino e borse. Mi addormentai subito sul sedile, sopraffatta dalla stanchezza. Quando sentii annunciare l’arrivo alla stazione in cui dovevo fermarmi, mi svegliai di soprassalto. Nell’urgenza di scendere, dimenticai il cappello. Me ne accorsi, però, solo il giorno dopo.

«È un oggetto smarrito… come un ombrello o un paio d’occhiali», così liquidò la questione, la mattina seguente, l’impiegato allo sportello della stazione. Tentai di spiegargli che quella definizione era troppo generica e che non tutti gli oggetti sono uguali. Aveva un nome per me quella perdita, uno spazio dedicato nel mio armadio e nella mia vita. Non mi rassegnai e decisi di cercare Godot, a modo mio. Non sapevo se qualcuno se lo fosse tenuto o se, invece, fosse finito da qualche parte, in un posto senza nome. A chi mai poteva interessare un cappello, per giunta sgualcito? Stampai dei volantini con una foto e una breve descrizione: «Cerco urgentemente un cappello a bombetta nero, di feltro, con un nastro nero. Al suo interno ci sono due iniziali: G.O.». Quelle due righe davano solo le informazioni necessarie per ritrovarlo, ma non raccontavano la storia del mio cappello. Non dicevano che il nome gli era stato assegnato nell’entusiasmo di un debutto teatrale, in una versione tutta femminile dell’opera di Beckett. Poche parole non potevano inoltre chiarire che quelle erano le iniziali dell’uomo che aveva portato il teatro nella mia vita e che, troppo presto, se n’era uscito di scena. Non spiegavano soprattutto che, con Godot, ero riuscita a cambiare, con leggerezza, a trovare umanità nell’imperfezione.

Cercare è ora il mio modo di eludere l’attesa. Mi consola la folle speranza che tutto questo sia forse la messa in scena di uno spettacolo più grande, che ancora deve iniziare, ma che riserverà un finale a sorpresa.

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